Da Senofonte al Rinascimento

   
 
  Che è basilare comprendere il modo di comportarsi del cavallo era stato capito da uno dei primi maestri dell’equitazione, il greco Senofonte intorno al 340 a.C.. La sua opera Sull’arte di cavalcare contiene precetti e consigli ancora oggi validi, evoca l’uso dei mezzi delicati e stabilisce con semplicità la base dei rapporti tra uomo e cavallo: ”quando il puledro si spaventa è carezzandolo che gli si insegna a non temere”, “portare in avanti il cavallo con i mezzi più dolci”, “rendete il morso dolce attraverso la leggerezza della vostra mano”, “bisogna che, di sua piena volontà e al segnale dato, esegua i movimenti più belli e più brillanti”. Nel periodo seguente non si hanno testimonianze scritte sulla pratica equestre.
Il Medioevo è segnato da un’equitazione istintiva e brutale quanto mai lontana dalla finezza dell’arte: cavalieri con armature di acciaio montavano cavalli enormi protetti anch’essi di armature, imboccature molto forti e speroni lunghi e taglienti.
Salto siepe   
  E’ in Italia all’epoca del Rinascimento nel Cinquecento che nasce l’equitazione accademica, che ingentilisce la pratica del montare a cavallo. Il re Ferdinando d’Aragona conquista il Regno di Napoli, la cavalleria spagnola aveva cavalli più leggeri, più abili e addestrati e trionfa su quella francese. Gli écuyers napoletani appresero dai cavalieri spagnoli e sostituirono i cavalli pesanti e lenti con destrieri più leggeri e agili. Vengono elaborati i primi trattati di equitazione che gettano le basi di una dottrina equestre. I capi scuola furono Federico Grisone e Giovan Battista Pignatelli presso l’Accademia di Napoli e Cesare Fiaschi all’Accademia equestre di Ferrara. La reputazione dei maestri italiani si diffonde in tutta Europa e numerosi sono i cavalieri che vengono in Italia per imparare l’”arte”. In particolare, due écuyers francesi, Salomon de La Broue (Préceptes du Cavalerice, 1593) e Antoine de Pluvinel (L’instruction du Roy, 1625) esporteranno la nuova dottrina equestre e inaugureranno la grande tradizione francese. Nella loro pratica e nelle loro opere si riscontra il desiderio di dare più libertà ai cavalli, di ricercare una gradualità nella progressione del lavoro, di rifiutare la riunione attraverso il morso, di ottenere l’ammorbidimento del cavallo. Pluvinel apprende da Pignatelli l’uso dei pilieri e attraverso la cessione delle anche al piliere prefigura la spalla in dentro. Dopo la morte di Pluvinel un notevole contributo alla crescita dell’arte equestre viene offerto dall’inglese duca di Newcastle (Méthode nouvelle-Invention extraordinaire de dresser les chevaux, 1657), che segna l’inizio di un’equitazione più brillante e delicata con l’affinamento degli aiuti e del sentire del cavaliere. Newcastle ripudia l’abuso dei pilieri e ricerca l’ammorbidimento dei cavalli tramite un sistema di flessioni dell’incollatura attraverso il capezzone e la briglia; arriva, inoltre, a dare una delle prime definizioni di spalla in dentro: “non c’è niente di meglio…..la gamba e la redine del capezzone dallo stesso lato….la groppa in fuori…..”.
 
 
Contatti: Roberta Camoni -